SIAMO PELLEGRINI, SIAMO LIETI DEL CAMMINO…


E’ fatta di salite la strada per il Santuario di Fonti. Come ogni strada che conduce al Cielo deve essere percorsa con sudore e fatica. Dispendio di forze, il “trapazzo” della religiosità popolare, che culmina nella gioia dell’avvicinamento all’Altissimo, attraverso la sua Figlia prediletta. La Madonna è la figura predominante dell’universo religioso lucano. I Santuari a Lei dedicati sono semplici nell’architettura, poveri negli interni. La Vergine non ha una casa più ricca di quella dei contadini. E’ povera tra i poveri. Madre, nel cui nome si stringe il Rosario come unica arma di battaglia. Si sgranellano preghiere lungo il Cammino che dalla Chiesa di San Rocco a Potenza conduce un gruppo di pellegrini potentini al Santuario, nei pressi di Tricarico, la notte che inaugura il primo sabato di maggio. Tradizione dei potentini da oltre un secolo. Incontro di volti e cammini, passati di padre in figlio, tutti generati da un’unica Madre. E’ una notte a piedi, con gli occhi immersi nel buio dei sospiri del cuore. Ognuno dona al Cammino un’intenzione. Tutti pregano per tutti. E nelle preghiere affiorano stanchezze e speranze che, alla meta, vengono lasciate tra le braccia di Maria, come il Bambino che stringe al seno.



E’ semplice l’affresco dedicato a Maria Fonte di Grazie, di autore anonimo. Un viso dolce illumina la Madre, Gesù Bambino invece benedice con la destra e, con la sinistra, regge la sfera del mondo sormontata da una Croce. Un affresco, probabilmente tardo medievale, che testimonia, nel taglio degli occhi della Madonna e nel colorito bruno dell’incarnato, l’influenza bizantina nella regione e il processo di latinizzazione delle Chiese del Mezzogiorno promosso dai Normanni, come risulta dagli studi della storica Valeria Verrastro. Un affresco che ha subito diverse ridipinture e che ha visto fiorire intorno a sé tante storie. Si narra di una giovinetta che era andata a cercare una “cicorietta” e ha visto apparire una bella Signora vestita di luce a cui ha chiesto una grazia: di far tornare suo fratello dalla guerra. Esaudita la preghiera, la giovinetta ha contribuito alla diffusione del culto della Vergine in quel luogo sacro. Altri narrano di una vacca al pascolo che si sarebbe improvvisamente inchinata di fronte all’immagine della Madonna : dove ora sorge la Chiesa un tempo eravi un roveto impenetrabile, intorno al quale pascolavano gli armenti. Un mandriano, avendo smarrito una delle sue migliori vacche, si mise a cercarla per tutto il bosco. Ed ecco che, dopo tanto affannarsi, la ritrova, piegata sulle gambe posteriori ed intenta a fissare con i suoi glauchi occhi l’immagine della Vergine, dipinta sullo scorcio di un muricciuolo diruto e corroso.

Storie di pietà popolare e povera gente a cui la Madonna ha donato un alito di vita. Piccole storie che si fondono e si confondono con la grande storia in uno dei periodi più critici per la regione e più forieri di miracoli per il Santuario: l’età giacobina. Numerosi furono gli scontri che videro contrapposti i francesi, decisi a sradicare il culto mariano e le truppe borboniche che, invece, si posero sempre a salvaguardia del Santuario. Per tre anni vennero sospesi i pellegrinaggi a causa dell’incendio e del saccheggio della Chiesa da parte dei giacobini. Ma nulla potè la mano degli invasori contro il dipinto che restò sempre, miracolosamente illeso e, nel 1813, la Madonna di Fonti iniziò a lacrimare copiosamente e a operare numerosi miracoli: storpi raddrizzati, ciechi illuminati, paralitici risanati, infermi guariti, come recitano le fonti archivistiche e tramanda la memoria orale dei pellegrini.

Memoria, tradizione e festa che, in questo primo sabato di maggio, come avviene da oltre un secolo, un gruppo di pellegrini di Potenza ha rinnovato recandosi a piedi al Santuario tra querce e faggeti, stanchezze e affanni combinando i passi, i canti e le preghiere. Ognuno in nome della Madre, benedetta più di tutte le donne e invocata, nel Santuario di Fonti, come Fonte delle grazie.






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